20th
Wittgenstein con i piedi per terra (da Reset 106)
di Alessandro Lanni
Aldo Giorgio Gargani
Wittgenstein. Musica, parola, gesto
Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, pp. 178, 19,80 euro
Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta – in concorrenza anche col centenario della nascita (1889) –, Ludwig Wittgenstein è stato uno dei filosofi più letti, commentati, citati nel mondo accademico e non solo. Uscito dalle classi delle università inglesi divenne un monumento per la filosofia del XX secolo. Se ne pubblicavano gli scritti, i più significativi ma anche quelli che potevano tranquillamente rimanere sepolti. Si moltiplicavano le contaminazioni: film, fumetti, spettacoli teatrali ricamavano sul filosofo oscuro e scontroso. In certe facoltà, anche italiane, non era possibile laurearsi senza aver studiato qualche testo del filosofo austriaco.
Poi, quasi di colpo, è calato il sipario. Nessuno più lo cita, nessuno si sente più in dovere di confrontarsi con la radicalità filosofica di un pensiero come quello di Wittgenstein. Lo ricordava anche Diego Marconi qualche mese fa sul Domenicale del «Sole 24 ore». Col cambio di millennio è cambiata l’aria e anche le mode più lunghe tramontano.
Adesso, in Italia, esce questo volume che torna a parlare di Wittgenstein mettendo, tra esso e la moda, lo spazio per valutare fino in fondo la reale portata di quelle idee. Aldo Gargani è stato uno dei primi a leggere con occhiali nuovi le opere wittgensteiniane fin dagli anni Settanta. Anzi, forse è stato uno dei primi che si è tolto occhiali interpretativi per andare alle cose stesse del filosofo viennese. In Italia, bisogna riconoscerlo, abbiamo avuto lettori originalissimi del pensiero wittgensteiniano. Forse perché poco invischiati nelle pastoie della scolastica analitica, Luigi Perissinotto, Roberto Dionigi, Marilena Andronico e lo stesso Marconi hanno offerto interpretazioni sofisticate e convincenti di un pensiero che spesso è stato banalizzato quando lo si è tirato troppo sul versante logico-linguistico oppure negli eccessi angolature ermeneutiche.
Gargani ritorna su Wittgenstein a partire da quella che definisce una «svolta decisiva nell’ambito degli studi wittgensteiniani» realizzata da alcuni volumi usciti negli ultimi anni. Un cambiamento che in parte, si potrebbe dire, ha ridotto le pretese teoretiche per riportare con i piedi per terra i testi e il loro contenuto. Le opere di Wittgenstein – scrive Gargani – non presentano alcun progetto dottrinale, ma «offrono strumenti di chiarificazione linguistica e concettuale destinati a restituire l’uso dei concetti e delle parole ai contesti dell’origine e delle applicazioni ai quali appartengono come alla loro patria».
Questa ripulitura del pensiero wittgensteiniano da una certa aura mistica inizia fin dal Tractatus logico-philosophicus, l’unica opera pubblicata in vita da Wittgenstein e che più di tutte ha ricevuto interpretazioni creative. Appoggiandosi agli studi recenti di Cora Diamond e James Conant, Gargani fa piazza pulita di quelle letture che andavano alla ricerca di valori etici o estetici nel geniale libretto e facevano riferimento a Dostoevskij, Tolstoj, Kierkegaard e altri.
Un’analoga operazione di ricollocazione interpretativa, Gargani la svolge anche per quel che riguarda il cosiddetto secondo periodo del pensiero wittgensteiniano. Nelle Ricerche filosofiche, spiega l’autore, non ci sarebbe una critica a una determinata concezione di linguaggio, di mente, di significato quanto piuttosto la restituzione al contesto adeguato di alcune parole. «Il compito della filosofia per Wittgesntein – scrive Gargani – consiste fondamentalmente nel restituire agli uomini i loro concetti, ossia concetti che sono stati strappati dai contesti e dalle relazioni in cui unicamente hanno la loro vita e in cui trovano il loro significato».
Il significato è una fisionomia, afferrare il senso di una proposizione assomiglia ad afferrare il tema di una frase musicale. Si tratta di topos wittgensteiniani ai quali Gargani dedica attenzione per mostrare la loro centralità in un pensiero che è tutto fuorché sistematico. E che approda a rimettere in asse la stessa idea di «filosofia» nell’ultimo Wittgenstein. Il filosofare è – per dirla con le parole del filosofo austriaco – non solo dissoluzione degli edifici di cartapesta eretti dalla metafisica, ma anche una filosofia etica e non moralistica nella quale, spiega Gargani, si tratta «di ritrovare un mondo che, come osserva Stanley Cavell, deve essere recognized (riconosciuto) e accepted (accettato)». Una volta eliminata la preoccupazione fondazionalista, allora si toglie di mezzo il timore dello scetticismo e del relativismo. Ecco la lezione sobria e dirompente di Ludwig Wittgenstein.