25th
C’è qualcuno? La filosofia eclissata (Reset 106)
di Alessandro Lanni
Filosofi, se ci siete battete un colpo. Eclissata, dimenticata, rinchiusa nella caverna universitaria, vive nascosta la filosofia nell’Italia attuale. In questi mesi (anni?), nella discussione pubblica, sui giornali, sulle riviste che fanno opinione non riesce ad avere un ruolo attivo, come se la sua voce rimanesse strozzata nella gola dei suoi interpreti. Schiacciata tra l’incudine-scienza e il martello-religione, la filosofia non trova spazio per la sua differenza specifica, che parla del senso dei fatti e non dei fatti, come fa la scienza, che si interroga su quel senso e non lo assume in maniera dogmatica, come fa invece ogni religione rivelata.
Quello che manca nello scontro tra scientisti e clericali che ogni giorno ammorba il nostro panorama informativo lo metteva a fuoco bene Roberta De Monticelli in un articolo su «la Repubblica» lo scorso gennaio, «non è affatto un vuoto di valori, ma un vuoto di pensiero, e in particolare di un pensiero capace di risvegliare in ciascuno occhi per vedere e cuore per sentire ciò che è ingiusto, laido o vile, che Iddio ci sia o non ci sia, e di richiamare ciascuno alla sua responsabilità morale, anche di fronte alla storia». Un pensiero capace di non farsi intimidire dai tempi difficili e insicuri, capace di essere scomodo e di agire anche «contro se stesso» (Nietzsche).
È vero che l’opinione pubblica negli ultimi tempi è stata quasi asfissiata dalle questioni cosiddette «eticamente sensibili», temi nei quali, va da sé, la scienzaconta eccome: ma è possibile che l’ultimo ministro della Sanità, Livia Turco si rivolga solo ai medici per sapere che pesci prendere sull’aborto? Come se la vita sia solo una questione biologica? Sono i tempi a imporlo: l’unico sfondo sul quale guardare alla vita, per chi non crede, è quello della scienza e ancor di più della medicina. Un altro segno dei tempi. Sarà un caso che nella trilogia best seller dedicata a valori e religioni, Alain Elkann scelga, dopo l’ebreo Elio Toaff e il musulmano El Hassan bin Talal, Umberto Veronesi, grande oncologo e ora capolista del Pd, per parlare del significato dell’«essere laico»? Il medico milanese avrà certo molto da testimoniare sul valore della ricerca scientifica e sulla necessità della sua libertà ma non può esaurire tutto l’orizzonte del dirsi laico. Possibile non ci sia qualcuno a ricordare che «laico» non significa «scientifico»?
La filosofia perde terreno. Le sterminate praterie dell’iperuranio si riducono. Ai festival della filosofia sono sempre più gli scienziati a salire sul palco. Edoardo Boncinelli e Piergiorgio Odifreddi, per citare i più noti, sono chiamati a interloquire con la religione sui nostri giornali. Quest’ultimo in una recente intervista nella quale annunciava il suo addio al Pd si lamentava dell’incapacità dei filosofi di affrontare il tema dei valori, accusando Massimo Cacciari di essere «più papista del papa». Come a dire «non è colpa di noi scienziati, sono loro (i filosofi) che non sanno svincolarsi». Per un papa che dialoga con John Rawls e Jürgen Habermas nella famosa (e bella) lezione mai tenuta alla Sapienza, i nostri guardano il dito, ossia il diritto di Benedetto XVI di partecipare all’inaugurazione dell’anno accademico, e non la luna, per esempio quello che Ratzinger scrive sulla ragione. Se sui giornali ci si concede il lusso di ascoltare qualche voce filosofica si chiamano gli epistemologi, i filosofi della scienza. Chiamati a spiegare perché Feyerabend non è un anti-galileiano (vedi la citazione razingeriana). Oppure, a rimbeccare qualche sprovveduto come nel caso della pretestuosa polemica sul creazionismo e su una discussione da aprire intorno al disegno intelligente. Dibattito inesistente da noi e non certo per una dittatura scientista. Filosofi della scienza come Mauro Ceruti che è stato relatore e mediatore nella commissione che ha stilato proprio il Manifesto dei valori del Partito democratico. Mediatore tra gli scontri tra la teodem Binetti e lo scienziato Odifreddi. Ma non è solo una responsabilità di chi la filosofia la pratica. È questa stagione incerta che ha bisogno della rassicurazione scientifica più che dell’ignoranza socratica: vivere 120 anni, sconfiggere tutte le malattie, raggiungere Marte ecc.
Un tempo essa era regina scientiarum, adesso, al contrario, è terreno di conquista di un sapere più appealing e che sembra andare alle cose stesse più dei dubbi dei filosofi. Così si assiste alla nascita di nuove discipline che conquistano aree un tempo tradizionalmente filosofiche. I giornali ci insegnano che l’amore, la felicità, la generosità, l’insicurezza dipendono da come è fatto il nostro cervello. Le neuroscienze già da anni provano a spiegare cosa è la mente, l’io e la coscienza. Ora, ci provano anche con il Bene e il Bello. Laura Boella, filosofa piemontese, manda in questi giorni in libreria un libro dal titolo significativo Neuroetica (Raffaello Cortina Editore) e dal sottotitolo che lo è ancor di più: La morale prima della morale. Come a dire, bisogna scavare dentro i meccanismi del cervello, fotografare il nostro encefalo a lavoro per sapere cosa significa «essere buono». Malgrado le numerose cautele dell’autrice rispetto al «neuroessenzialismo», la linea di ricerca sembra abbastanza chiara: capire come funziona il cervello aiuta a sciogliere nodi filosofici tradizionali.
Lo ricordava un politico cattolico qualche tempo fa. Sarebbe ora, sbuffava Beppe Fioroni, di togliere il nostro sguardo dalla Medusa delle questioni di vita (e quindi aborto, procreazione assistita ecc.) o di morte (eutanasia, ostinazione terapeutica) e tornare a guardare a quello che c’è in mezzo ai due poli ineluttabili della nostra esistenza. Un invito non solo per i mezzi di comunicazione e la politica, ma che anche la filosofia potrebbe fare proprio.
Prendiamo il tema della speranza. Benedetto XVI, teologo e filosofo, le ha dedicato la sua ultima enciclica, la Spe Salvi. Lì c’è una speranza che si basa sulla fede in qualcosa di trascendente rispetto a questo mondo. Anzi, semplificando: possiamo sperare proprio perché crediamo in un aldilà. Ma possibile che per chi non crede non ci sia modo di immaginare la speranza e il futuro se non nella chiave tecnologica («andremo su Marte») oppure medica («l’immortalità è possibile grazie alla scienza»)? Si ricorda spesso il monumentale Principio speranza di Ernst Bloch. E si fa bene, è stato un grande affresco intorno a un senso materialistico della vita. Eppure anche in quei tre volumi agisce una metafisica della storia che, a modo suo, trascende le cose umane. Possibile che oggi la speranza non sia più un tema rilevante per il pensiero contemporaneo? «Via sulle navi, achei!» è stata l’esortazione nicciana al coraggio del pensiero. Un secolo prima, più prosaicamente, Immanuel Kant invitava al sapere aude. I filosofi tornino a essere scomodi e a esercitare la critica in profondità perché la pacatezza, la serenità, il «ma anche» rassicurante non sono affar loro.