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Richard Sennett su Nova 24

RICHARD SENNETT

di Alessandro Lanni

«Mi fa molto piacere che si pensi a Maria Montessori leggendo quello che ho scritto». Ormai da qualche decennio, Richard Sennett indaga la natura della globalizzazione e, soprattutto, racconta gli effetti sulle persone della nuova organizzazione del lavoro, che tiene insieme postfordismo, new economy e flessibilità. Come un archeologo della società («apprezzo molto Michel Foucault», confessa) scava nella nostra epoca per mostrare collegamenti invisibili tra il piccolo orticello delle nostre esistenze e lo sfondo delle grandi trasformazioni economiche. Si pensi al magnifico e illuminante L’uomo flessibile, nel quale raccoglie storie esemplari di “neocapitalismo”.
Bene. Ma che c’entra la pedagogista italiana in tutto ciò? Da qualche mese, il sociologo della London School of Economics ha aggiunto un nuovo tassello al suo mosaico della contemporaneità: The Craftsman (Yale University Press), un libro – il primo di una trilogia – ambizioso sia per i contenuti che per lo stile, che arriverà in Italia nel prossimo autunno con il titolo L’uomo artigiano (Feltrinelli). Nel quale, appunto montessorianamente, mostra quanto siano importanti le abilità pratiche e manuali per la qualità del vivere degli individui.
Craftsman è proprio l’“artigiano”, professor Sennett, dobbiamo tornare al lavoro come si faceva una volta per battere gli effetti nefasti della globalizzazione? «È vero, il titolo suggerisce soprattutto una dimensione manuale del lavoro. Ma non è ciò a cui tengo di più. Il nocciolo è ciò che c’è dietro al lavoro artigianale, ovvero la passione e la cura per quel che si fa. E ciò non cambia se si è operai, impiegati, programmatori di software, medici o addirittura genitori e artisti».
Uno dei numi tutelari di Sennett è Efesto, il dio greco brutto e storpio che ama il mestiere di fabbro e ha una dedizione assoluta per quel che fa («Efesto è la persona più dignitosa che possiamo diventare» scrive come ultima riga del libro). Tutto il contrario di quello che la globalizzazione impone ai lavoratori oggi: disponibilità a cambiare attività in ogni momento a scapito della sicurezza esistenziale ma anche della qualità del lavoro. È questo il cuore: se efficienza e velocità diventano il metro per giudicare il lavoro, se la mobilità e il multitasking vincono, allora la maestria di chi lavora (appunto la craftsmanship) va a farsi benedire. E a perdere siamo tutti dice il vecchio allievo di Hannah Arendt.
The Craftsman è un viaggio sofisticato attraverso le discipline e le epoche. La prima voce dell’indice analitico è per l’architetto finlandese Alvar Aalto l’ultima per il buddismo zen. «Se dovessi segnalare il dato più sorprendente emerso dalle mie ricerche – prosegue Sennett – è il fatto che tutti coloro che lavorano nella new economy, nell’hi-tech, nella finanza, in società ad alto contenuto creativo, si lamentano di non aver la possibilità di sviluppare le loro capacità in modo soddisfacente malgrado siano tutti lavoratori altamente specializzati». Spostati da un settore all’altro, licenziati da un’azienda e assunti da un’altra, ciclicamente sono costretti a reinventarsi e a costruire ogni volta una vita diversa.
«Per questo fenomeno – spiega Sennett – ci sono sicuramente ragioni di tipo economico: s’investe in una maniera “quasi fordista” nel lavoro piuttosto che nei lavoratori. È sorprendente che, per esempio, i programmatori della Microsoft si lamentino e siano frustrati perché non possono sviluppare le loro skill e non possono diventare buoni “artigiani”, che eccellono nel loro lavoro».
Uno dei tratti della cultura del nuovo materialismo (altro titolo sennettiano) è l’immateriale, la digitalizzazione del lavoro, l’esplosione di internet quale luogo e veicolo della new economy. «Anche la rete andrebbe trattata – spiega Sennett – come se fosse lavoro manuale, provando a capire questa tecnologia, a partecipare, a diventare più capaci, invece che consumarla grazie alla sua semplicità d’uso. Per questo mi piace molto Linux e la filosofia dell’open source».
Malgrado veda gli effetti negativi della globalizzazione, nelle parole di Sennett non c’è il sapore vagamente apocalittico del libro best seller di Giulio Tremonti. Non c’è, assicura il sociologo, una nostalgia per un passato fatto di sano lavoro manuale contrapposto all’organizzazione attuale che penalizza la qualità. «Da cosa dipende che un lavoro sia un buon lavoro? Ecco, se c’è una scoperta che ho fatto è che esiste una connessione tra il modo in cui i lavoratori moderni concepiscono un buon lavoro e le abilità di tipo più tradizionale». E questo legame, nota Sennett, ha anche effetti etici e civili fondamentali: è l’Illuminismo e la sua eredità.
Non ci sarà nostalgia, ma di sicuro si sente una certa dose di scetticismo nelle parole di Richard Sennett. Ma allora non si può fare nulla per invertire la tendenza, planetaria, che allontana le persone dal loro lavoro, che le fa disamorare? «Sì, certo. Penso che qualcosa si possa fare, ma le aziende devono puntare sulle persone. Negli ultimi quindici anni soprattutto in Gran Bretagna, Stati Uniti e Cina – meno in Italia, che ha un mercato del lavoro più rigido – si è investito pochissimo per sviluppare in una cornice di tempo medio-lunga le qualità dei dipendenti. Ci sono eccezioni, pure negli Usa, che rappresentano il punto più estremo di questa tendenza, ma appunto, rimangono eccezioni. Investire sulle persone costa molti soldi».
C’è chi lo fa in Germania o in Giappone dove persino in un regime di flessibilità continuano a sviluppare le capacità professionali dei loro impiegati. E Sennett ricorda il caso ormai di scuola della Toyota in cui soddisfazione dei dipendenti e produttività viaggiano parallele. Tuttavia, la craftsmanship, misto magico di know how e know that, oggi si trova molto di più in India che in Occidente e «per questo le aziende americane come Microsoft o Google non aspettano altro che il mercato del lavoro americano si apra ai lavoratori specializzati provenienti da Oriente».

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