20th
«Vicenza, altro che piccolo mondo antico»
Colloquio con Vitaliano Trevisan da Reset 109
di Alessandro Lanni
«Paura e degrado a Vicenza? Macchè, il vero degrado è che piano piano hanno tolto tutti i vespasiani in città. E poi si chiedono perché la gente è costretta a orinare per strada». Vitaliano Trevisan è abituato a camminare per la città e notare anche quei piccoli, impercettibili cambiamenti, che in molti non notiamo se non quando qualcuno ci riporta la nostra attenzione sopra. Che poi tanto impercettibili non devono essere se in questo agosto Claudio Magris denunciava dalla prima pagina del «Corriere della sera» la stessa catastrofica scomparsa degli orinatoi pubblici a Trieste. Trevisan ci cammina per la città, ha il fisico asciutto e atletico del camminatore, non beve, le sigarette se le fa da sé. Ama così tanto camminare che il romanzo – la «storia», corregge – che gli ha dato notorietà è I quindicimila passi (Einaudi 2002), quelli che il protagonista Thomas impiega percorrendo la strada che porta da Cavazzale al centro di Vicenza, piazza Castello a essere precisi. «Lo spritz devi berlo col Campari, quello con l’Aperol è per le donne». Bene, appena ci sediamo ai tavolini su piazza dei Signori, Trevisan fa gli onori di casa alla pasticceria Sorarù, «la più antica della città». «Però io non bevo». Lo sguardo penetrante già visto nel ruolo dell’aguzzino che spingeva verso l’anoressia Michela Cescon in Primo amore di Matteo Garrone. Il viso da duro è lo stesso: «Pensa che mi avevano offerto il ruolo del cattivo nella nuova serie dei Ris ma ho rifiutato». Questo è il resoconto di un pomeriggio passato assieme a Vitaliano Trevisan, «scrittore e drammaturgo» si definisce, ma anche attore e saggista. Passato a parlare di Vicenza e letteratura guardando la basilica del Palladio, o meglio, le impalcature che la nascondono. «Io ci credo a una letteratura del Nordest. Ritrovo i temi dei padri anche nelle cose che scrivo io e senza essere passato attraverso di loro. Per restare a Vicenza, dove c’è una grande tradizione ma non una scuola, Fogazzaro, Piovene, Parise, Rigoni Stern e poi ci sarei io. Ma siamo tutti solitari, non una scuola, non un gruppo omogeneo di sodali come, per dire, capita a Padova». Esistono però dei fili rossi che legano queste grandi e grandissime solitudini che hanno fatto la storia letteraria del XX secolo italiano. Per esempio, la voce. «La lingua che si parla da queste parti è molto importante per tutti noi», ci tiene a dire Trevisan. «Io sono bilingue, il mio approccio all’italiano è diverso da uno che lo parla dalla nascita e per questo ho un grande rispetto per la lingua nazionale. Però mi capita di pensare sia in veneto che in italiano». E però non c’è una venerazione per le radici, per il passato, per quel piccolo mondo antico celebrato dal vicentino Antonio Fogazzaro. In un saggio che uscirà tra qualche settimana sulla rivista «Questioni del territorio», Trevisan afferma: «Quest’ossessiva ricerca delle cosiddette “radici venete”, che si diffonde rizomaticamente grazie alla semina di denaro pubblico, raramente discende per li rami, preferendo sempre una più rassicurante riflessione sul passato, piuttosto che un’escursione nel presente. Questo uso consolatorio della letteratura è totalmente estraneo alla natura dell’autore». L’autore sarebbe lo stesso Trevisan. Raccontare di questa terra significa fare i conti con il presente e con le trasformazioni che sta vivendo una delle aree più ricche e dinamiche del paese. Un cambiamento che spesso gli scrittori del Nordest vivono con disagio. «Io – spiega Trevisan – ho partecipato come geometra a questa trasformazione. Ho lavorato in grossi studi, in qualche industria di arredamento da queste parti. Ho fatto mappe del territorio. Uno dei miei lavori migliori è una mappa delle valli del Pasubio, ci ho messo due anni. Conosco molto bene quelle zone». È vero, dice, tutti noi scrittori soffriamo di fronte a questa trasformazione. «Il territorio è frammentato. Ognuno ha tirato su la sua fabbrica dove più gli è convenuto. È un po’ come un hard disk che spara casualmente, la memoria prende dove trova, dopo c’è una funzione di deframmentazione che ricompatta. Ecco, col territorio non si può fare, finora ci siamo comportati in questo modo, la rete stradale è allo sfascio: per arrivare a Treviso da qui ci vogliono due ore, due ore per compiere 60 chilometri. E lo stesso vale per Padova e Verona. E siccome adesso si vive in auto e si percepisce il territorio dall’auto questo è terribile. E si può immaginare qual è la vita di uno che fa consegne in questa zona. Io l’ho fatta e lo so. È devastante». Ora però arriva la nuova pedemontana, questo dovrebbe decongestionare il traffico. Ma Trevisan è scettico. «Se mai sarà realizzata, la nuova superstrada pedemontana veneta a pagamento sarà a un tempo un contributo allo sviluppo e un freno all’ulteriore sviluppo; velocizzerà gli spostamenti tra Thiene e Vittorio Veneto e contribuirà a frammentare e intasare ulteriormente il territorio che andrà ad attraversare». Città infinita, megalopoli padana, città diffusa. Così si cerca (si vedano i lavori di Giuseppe Berta e Aldo Bonomi) di cogliere quel che è accaduto e continua ad accadere da queste parti. In verità, secondo Trevisan, più che in una città diffusa, si ha l’impressione di vivere in una periferia diffusa anche perché l’architettura contemporanea produce solo periferia. Questa zona è oggi «una grande, anzi grandissima città policentrica, che si pensa ancora come un reticolo di piccole città». Ecco, raccontare il cambiamento è difficile perché il cambiamento è difficile anche da concepire. Quello che Trevisan desidera è un racconto capillare, perché conosce bene queste zone, ha cambiato molti lavori, ha frequentato i capannoni industriali che fanno da aureola a Vicenza e a tutti i centri storici del Nordest. Quasi un’ossessione per la sua terra che in continuazione percorre, la vive. «Guardo a questa città, a questo territorio essendo parte di questo contesto. Non potrei neanche guardarlo dall’esterno». Ha studiato a lungo i bollettini, i documenti della Camera di commercio per avere sempre meglio in pugno il suo territorio. E Vicenza, racconta, è in continua crescita: la popolazione aumenta, c’è un mezzo di trasporto per abitante compresi bambini ecc. Per di più, la popolazione è concentrata in un’area ristretta. Alla fine il disagio da qualche parte deve indirizzarsi. «Io credo che tutto il disagio che queste condizioni difficili di vita impongono, si canalizzi in questioni come quelle della paura, del disordine, degli immigrati. Però il disagio non è principalmente lì. Questa è la mia lettura». La paura, dunque. La società veneta si sente accerchiata e vota di conseguenza. Consegna la propria fiducia a chi promette che gli sghei rimangano a casa e a chi fa della sicurezza una bandiera per chiudersi. Questa è l’estate delle ordinanze in mille comuni e dei sindaci «sceriffi». «Bisogna fare a capirsi. Il mio ultimo lavoro era il portiere notturno, fino al 2002, il che vuol dire lavorare di notte, io ero sulla statale di Verona, quella delle prostitute e dei travestiti. E questa esperienza mi fa dire che la situazione è molto migliorata rispetto a venti o trent’anni fa. Quando parlavo con i metronotte che facevano tappa negli alberghi oppure con i carabinieri che si bevevano un caffè mi confermavano questa sensazione. Poi sono gli stessi numeri a dirlo, qui come altrove. Nella Milano di Epaminonda c’erano più del doppio degli omicidi che ci sono ora. Qualcosa vorrà dire. Altro che percezione. Il Campo Marzo davanti alla stazione qui a Vicenza, la sera si riempie di gente che porta a spasso i cani, non c’è tutta questa insicurezza di cui si parla. Basta farsi un giro in città di notte». E tutto questo sapere, competenza rispetto al territorio, come entra nella scrittura letteraria? Sembra quasi che si avvicini al giornalismo. «Nella mia scrittura metto a frutto tutte le mie esperienze precedenti. Non scrivo sui giornali, lo considero un’altra cosa che non c’entra con la scrittura e poi non c’è autonomia. A Parise il giornalismo ha dato molto, alla sua vita privata alle conoscenze ma lo ha distrutto come scrittore». Eppure, nel mercato editoriale – prima americano con casi come quello di David Foster Wallace, ma ora anche in Italia – si sta affermando quasi un nuovo genere a mezza via tra la narrativa e il saggio, tra il reportage e la riflessione. Ci sono numerosi esempi, e spesso sono legati al territorio. Il più eclatante è Roberto Saviano. «Saviano è un buon giornalista. Forse». Ha scritto un libro, Gomorra, in vetta da mesi alle classifiche. «È vero. Un fenomeno dannosissimo. Lui, il suo libro e tutta la bolla che ci sta intorno. Un altro è Marco Paolini con i suoi spettacoli. E tutti quelli che mischiano le carte in questo modo. Non fanno né cronaca né letteratura né teatro. Non si riesce più a capire chi fa che cosa e di cosa stanno parlando. Gomorra è un caso emblematico di quest’ambiguità. Una volta lo presentano come un’inchiesta, un’altra senti Saviano che dice che si è ispirato a un po’ di figure reali. Il film è ancora peggio: presenti qualcosa come un documento come fosse un’indagine. È un lavoro estetico ma artefatto su una realtà che dovrebbe essere drammatica».