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«Sono un ateo diverso da Dawkins»

Intervista con Thomas Nagel di Alessandro Lanni

«Sono ancora anti-relativista come lo ero ai tempi del mio libro L’ultima parola». Thomas Nagel è uno dei più eminenti filosofi contemporanei, ha ricevuto da poco il Premio Balzan a Roma «per i suoi fondamentali contributi alla teoria etica contemporanea». Se dovesse guardare indietro a cercare due numi tutelari del suo pensiero questi sarebbero Descartes e Hobbes, «che hanno reso possibile l’uscita dell’uomo da un certo “egocentrismo” nelle questioni della conoscenza e della politica». Dei contemporanei, si sente discepolo di John Rawls, il più importante filosofo della politica del XX secolo, e ammira molto Bernard Williams.

Le riflessioni di Nagel sono già nello scaffale dei classici per quel che riguarda l’oggettivismo e i paradossi del soggettivismo, per esempio quelle contenute in Uno sguardo da nessun luogo (1986) oppure quelle sulla mente e la coscienza dell’illuminante saggetto dedicato al mondo visto con gli occhi di un pipistrello (What Is it Like to Be a Bat? 1974). Continua imperterrito a definirsi anti-relativista sebbene sia consapevole di come in questi dieci anni – dall’uscita di Last Word a oggi – il significato e l’uso di quel concetto sia cambiato molto, almeno nella discussione pubblica. Anzi, da espressione sulla quale si scontravano filosofi e antropologi, l’anti-relativismo si è fatto largo sui giornali e addirittura in tv. Sono accaduti eventi come l’11 settembre, l’inizio del pontificato di Joseph Ratzinger, la crisi – almeno parziale – dei progetti di multiculturalismo in Europa, il successo di uno slogan e di una teoria come quella «scontro di civiltà» di Samuel Huntington e altri ancora. Insomma, dirsi oggi relativisti o anti- ha più il senso di una scelta politica che culturale o filosofica. Soprattutto, la religione è entrata a pieno titolo nel dibattito.

Benedetto XVI è uno dei protagonisti di questa campagna contro il relativismo culturale. Come ci si sente in compagnia del papa? «Non credo che l’anti-relativismo per essenza appartenga alla religione e solo a essa. Credere che esista una ragione e una verità oggettiva non significa affidarle a una religione, a una garanzia fondata sulla fede». Per un verso, la filosofia deve tirarsi fuori dallo scontro nel quale si è cercato di trascinarla, riesumando i paradossi del razionalismo scientista e del relativismo. Il tentativo di fondare la razionalità sulla religione cristiana (copyright Ratzinger) non è giustificabile, almeno secondo il filosofo Usa.

«La ragione – prosegue Nagel – ha una sua propria autorità e ci ha permesso di conoscere molto, e in maniera indipendente dalla fede. Non mi disturba affatto questa divisione tra le posizioni della ragione e quelle della religione». E proprio questa indipendenza tra i due orizzonti, permette a Nagel di fare un passo ulteriore. Non condivide l’ostilità nei confronti della religione delle star dell’ateismo americano (Dawkins, Dennett, Harris). «Sono un ateo – spiega – ma non dirò nulla nei confronti del cattolicesimo romano e della Chiesa in particolare. Non c’è niente di irrazionale nell’avere una fede religiosa. Certo, trovo difficile condividere una dottrina come quella cattolica ma penso, al tempo stesso, che non abbiamo una prova decisiva per qualsiasi “visione generale”. Per esempio, ho molti dubbi intorno al naturalismo dominante, che è una sorta di ortodossia secolare. Richard Dawkins e Daniel Dennett sono troppo sicuri – oltre ogni ragione – del fatto che la spiegazione generale avvenga attraverso le linee guida del naturalismo della scienza moderna». Questa tendenza molto diffusa in America, ma anche da noi, a ridurre il pensiero razionale e filosofico a quello scientifico è molto criticata da Nagel. «Questo trend sta prosciugando il campo della filosofia. Molti professori di orientamento analitico – spiega il filosofo – si sono occupati di questioni con un atteggiamento scientifico esasperato. E questo è stato ed è un forte limite. Credo che nel futuro prossimo l’insegnamento debba essere meno tecnico e debba tornare a occuparsi di temi più generali e alla portata di tutti.

L’ambizione della Chiesa di Ratzinger di fondare la ragione proprio sulla religione (come nel celebre discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006) non convince Nagel che però non abbandona un certo equilibrio e una certa moderazione nel valutare le posizioni del papa. «Il ruolo che svolge la religione nella vita delle persone è molto differente da quello giocato dalla conoscenza basata sulla razionalità. Il conflitto nasce quando la religione compie affermazioni sul mondo che sono in conflitto con i risultati delle scienze empiriche. Esistono ancora numerose forme di credo religioso che hanno una interpretazione letterale della Bibbia, ma si tratta di espressioni che tendono sempre più a essere rimosse religioni moderne. Allora la domanda è: cosa rimane se si toglie ciò? Rimane qualcosa che può essere testato con i metodi scientifici? Ecco, io credo che ancora non sia chiaro per esempio, che esiste un conflitto tra la razionalità scientifica e il credere, qualsiasi cosa voglia dire, che esista una spiegazione del perché esista un universo e che ciò dipenda da Dio».