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Il web? Vale il pessimismo di Neil Postman




Intervista a Andrew Keen di Mauro Buonocore


L’atteggiamento di Andrew Keen verso internet si può raccontare come la metamorfosi di un credente in uno scettico. Negli anni Novanta pensava che il web avrebbe potuto «rendere il mondo un posto più musicale», oggi afferma che «internet finirà per uccidere definitivamente la nostra cultura». Cosa ha portato un pioniere del web come Keen a scrivere un libro dal titolo The Cult of the Amateur. How today’s internet is killing our culture? «La democratizzazione dell’informazione – scrive Keen – sta seriamente indebolendo la verità, avvelenando il discorso pubblico, deprezzando l’esperienza, il talento e l’abilità professionale in molti campi della nostra cultura». Gli occhi di Keen vedono una realtà in cui la tecnologia ha preso il sopravvento sui contenuti e amplifica il «baccano del narcisismo», le voci di persone che parlano a gran voce per il solo gusto e la possibilità, di parlare. Internet diventa così il regno in cui crescono i consumatori di superficialità e dilettantismo, mentre appassisce il desiderio per l’approfondimento, i ragionamenti, la professionalità.

Il Suo giudizio verso internet è molto duro, soprattutto se consideriamo che chi parla del web ne loda l’abbondanza e l’abbassamento delle barriere di accesso e di produzione dell’informazione. Da dove nasce questa sua severità?

Nasce dalla grande abbondanza di informazione gratuita che il web ci mette a disposizione. Se ognuno può scrivere le proprie notizie e improvvisarsi reporter, il giornalismo professionale, che deve essere pagato perché richiede abilità, esperienza e conoscenze specifiche, rischia seriamente di essere messo da parte e sostituito da qualcosa che di professionale non ha nulla: gente che collabora a siti web e fornisce informazione in maniera completamente gratuita. Io non mi fido di questo tipo di giornalismo. E non mi fido nemmeno della cosiddetta «rivoluzione del web 2.0», che è basata sulla produzione di informazioni utilizzate, a volte anche dai media tradizionali, senza che sia richiesta alcuna garanzia a chi le ha prodotte, fabbricate e realizzate. Nella maggior parte dei casi si tratta di comuni cittadini e questo comporta un deterioramento dei contenuti che diventano dilettantistici e si moltiplicano in un circuito di eco insensibili a ogni criterio di affidabilità e integrità delle notizie. Per questo motivo non credo che possa venire dal web 2.0, così come lo stiamo conoscendo, alcuno sviluppo positivo per la cultura in generale e per le istituzioni culturali quali il giornalismo e i giornali.

Però è impensabile che il giornalismo non tenga in considerazione il web. Tanto che i giornali, che pure vivono sulla carta stampata un momento di crisi del mercato, lavorano molto sui loro siti web, li ampliano e ne implementano i servizi.

Io non ho nulla contro internet in sé.
Bisogna però riuscire a capire come i giornali possano trovare un modello di business che consenta loro di ripensare se stessi e il loro ruolo senza snaturare la loro essenza e rimanere quello che sono. Certo, devono in qualche modo riqualificarsi e ripensarsi, anche perché il mercato ha smesso, o sta smettendo, di considerare la stampa, in particolare i giornali, investimenti utili al profitto.
Quando però vanno on line, le testate tradizionali hanno il problema di integrare il loro lavoro tradizionale, che è fatto di notizie e di informazione, con l’interattività, la multimedialità e le numerose domande che pongono le tecnologie in continuo mutamento come quelle che segnano la rivoluzione del web 2.0; allo stesso tempo i giornali devono fare molta attenzione a mantenere autorevolezza, rispettabilità e credibilità.
Qualunque sia l’utilizzo che le testate giornalistiche riusciranno a fare del web e dei media interattivi, non dovranno abbassare gli standard qualitativi del loro prodotto per diventare troppo scandalistici e servili.
Dovranno distinguersi bene e fare in modo che la loro distinzione sia saldamente fondata sulla professionalità del lavoro. Così potranno distinguersi in un oceano di dilettantismo.

Lei non sembra avere una grande considerazione delle persone che vanno in cerca di notizie sul web. Non crede che chi vuole cercare informazioni accreditate da autorevolezza e professionalità sappia distinguerle dal lavoro di un dilettante?

Quando ho scritto il libro, non avevo in mente i professionisti dell’informazione o persone dotate di una certa abilità nel selezionare le fonti e le notizie. Quando dico che il dilettantismo che dilaga sul web può davvero rovinare la nostra cultura, penso ai bambini, penso ai due miliardi di persone che, secondo le stime della conferenza dell’Onu sul web, inizieranno a conoscere internet nei prossimi dieci anni. Io credo che il problema maggiore riguardi chi ha poca esperienza nel maneggiare opinioni, giudizi e informazioni, soprattutto in un ambiente in cui queste cose abbondano. Quando si va sul web, di fronte alla grande offerta di contenuti, capita spesso di cercare notizie che confermino le opinioni che si hanno già. La lettura di un giornale è invece una cosa diversa, esige una maggiore apertura mentale, richiede uno sforzo per confrontarsi con il testo che si ha davanti. Il meccanismo che si attiva nel web, per cui è molto facile arrivare ai contenuti che confermano le idee e le opinioni di partenza, è molto pericoloso: rende gli individui vulnerabili a farsi corrompere dalla falsa informazione, perché non hanno gli strumenti per riconoscerla come falsa.

Il Suo modo di descrivere il rapporto tra stampa e lettore in opposizione alla relazione tra web e navigatore ricorda molto le tesi di Neil Postman sulla tv. La lettura richiede un atteggiamento attivo, apertura mentale, capacità di mettersi in discussione e dà vita a un discorso pubblico dinamico, produttivo e razionale. A questa, che Postman chiama «mentalità tipografica», si oppone il discorso pubblico televisivo: superficiale, basato sull’immagine piuttosto che sulle argomentazioni, cadenzato da ritmi velocissimi che trasformano ogni aspetto della vita pubblica in divertimento. Crede che il web sia più vicino alla tv di Postman, piuttosto che alla carta stampata?

In realtà ho scritto il mio libro pensando che dovesse essere il seguito del libro di Postman Divertirsi da morire, perché credo che ci sia un ponte evidente che collega la televisione descritta da Postman negli anni Ottanta (e che possiamo vedere bene oggi di fronte ai nostri occhi) e il web.
La cultura del dilettantismo e della superficialità nasce in tv e da questa viene promossa a gran voce. Ha generato programmi come American Idol [show televisivo che consiste in una gara tra persone comuni che hanno l’ambizione di diventare star – attori, cantanti, ballerini – e sono seguiti dalle telecamere durante le prove dello spettacolo, nella vita privata e durante le esibizioni, ndr], che sono a metà tra i reality-show e la competizione semi-artistica. Il lato peggiore della tv è nel modo in cui indebolisce la vita pubblica, in cui riduce ogni cosa – dalla carriera artistica alla politica, fino ai dettagli più banali della vita quotidiana – a mero divertimento. Questo è quello che ha detto Postman.
Internet non è molto nuovo, se lo guardiamo da questo punto di vista. Il narcisismo che possiamo veder dilagare sul web sembra piuttosto la naturale continuazione della cultura del divertimento e della superficialità che ha caratterizzato la fine del secolo scorso ed è cresciuta esponenzialmente negli ultimi decenni del Novecento. In questo Postman ha avuto assolutamente ragione.

Però mi sembra esagerato condannare così, in maniera generalizzata, tutto il web. Possiamo rintracciare in molti siti il narcisismo di cui parla, la superficialità e il dilettantismo. Ma internet vuol dire anche poter raggiungere facilmente informazioni preziose e contenuti di qualità. Ci sono blog tenuti da professionisti delle materie più svariate e appassionati del web che sono delle vere e proprie miniere di conoscenza.

Ė vero, ci sono molti blog che contenuti di grande qualità, e sono per lo più tenuti professori universitari o da professionisti di varie discipline.
Va notato però che questi blog fondano la loro autorevolezza sulle elevate conoscenze dei loro titolari. In questo caso internet sviluppa un’azione positiva perché consente a queste conoscenze di essere condivise, di andare oltre i confini del mondo accademico e raggiungere un’audience più estesa.



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