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<rss version="2.0"><channel><description></description><title>trucioli di StereoTypi</title><generator>Tumblr (3.0; @stereotypi)</generator><link>http://stereotypi.tumblr.com/</link><item><title>Wittgenstein con i piedi per terra (da Reset 106)</title><description>&lt;p&gt;di Alessandro Lanni&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Aldo Giorgio Gargani&lt;br/&gt;&lt;i&gt;Wittgenstein. Musica, parola, gesto&lt;/i&gt;&lt;br/&gt;Raffaello Cortina Editore, Milano 2008, pp. 178, 19,80 euro&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta – in concorrenza anche col centenario della nascita (1889) –, Ludwig Wittgenstein è stato uno dei filosofi più letti, commentati, citati nel mondo accademico e non solo. Uscito dalle classi delle università inglesi divenne un monumento per la filosofia del XX secolo. Se ne pubblicavano gli scritti, i più significativi ma anche quelli che potevano tranquillamente rimanere sepolti. Si moltiplicavano le contaminazioni: film, fumetti, spettacoli teatrali ricamavano sul filosofo oscuro e scontroso. In certe facoltà, anche italiane, non era possibile laurearsi senza aver studiato qualche testo del filosofo austriaco.&lt;br/&gt;Poi, quasi di colpo, è calato il sipario. Nessuno più lo cita, nessuno si sente più in dovere di confrontarsi con la radicalità filosofica di un pensiero come quello di Wittgenstein. Lo ricordava anche Diego Marconi qualche mese fa sul Domenicale del «Sole 24 ore». Col cambio di millennio è cambiata l’aria e anche le mode più lunghe tramontano.&lt;br/&gt;Adesso, in Italia, esce questo volume che torna a parlare di Wittgenstein mettendo, tra esso e la moda, lo spazio per valutare fino in fondo la reale portata di quelle idee. Aldo Gargani è stato uno dei primi a leggere con occhiali nuovi le opere wittgensteiniane fin dagli anni Settanta. Anzi, forse è stato uno dei primi che si è tolto occhiali interpretativi per andare alle cose stesse del filosofo viennese. In Italia, bisogna riconoscerlo, abbiamo avuto lettori originalissimi del pensiero wittgensteiniano. Forse perché poco invischiati nelle pastoie della scolastica analitica, Luigi Perissinotto, Roberto Dionigi, Marilena Andronico e lo stesso Marconi hanno offerto interpretazioni sofisticate e convincenti di un pensiero che spesso è stato banalizzato quando lo si è tirato troppo sul versante logico-linguistico oppure negli eccessi angolature ermeneutiche.&lt;br/&gt;Gargani ritorna su Wittgenstein a partire da quella che definisce una «svolta decisiva nell’ambito degli studi wittgensteiniani» realizzata da alcuni volumi usciti negli ultimi anni. Un cambiamento che in parte, si potrebbe dire, ha ridotto le pretese teoretiche per riportare con i piedi per terra i testi e il loro contenuto. Le opere di Wittgenstein – scrive Gargani – non presentano alcun progetto dottrinale, ma «offrono strumenti di chiarificazione linguistica e concettuale destinati a restituire l’uso dei concetti e delle parole ai contesti dell’origine e delle applicazioni ai quali appartengono come alla loro patria».&lt;br/&gt;Questa ripulitura del pensiero wittgensteiniano da una certa aura mistica inizia fin dal Tractatus logico-philosophicus, l’unica opera pubblicata in vita da Wittgenstein e che più di tutte ha ricevuto interpretazioni creative. Appoggiandosi agli studi recenti di Cora Diamond e James Conant, Gargani fa piazza pulita di quelle letture che andavano alla ricerca di valori etici o estetici nel geniale libretto e facevano riferimento a Dostoevskij, Tolstoj, Kierkegaard e altri.&lt;br/&gt;Un’analoga operazione di ricollocazione interpretativa, Gargani la svolge anche per quel che riguarda il cosiddetto secondo periodo del pensiero wittgensteiniano. Nelle Ricerche filosofiche, spiega l’autore, non ci sarebbe una critica a una determinata concezione di linguaggio, di mente, di significato quanto piuttosto la restituzione al contesto adeguato di alcune parole. «Il compito della filosofia per Wittgesntein – scrive Gargani – consiste fondamentalmente nel restituire agli uomini i loro concetti, ossia concetti che sono stati strappati dai contesti e dalle relazioni in cui unicamente hanno la loro vita e in cui trovano il loro significato».&lt;br/&gt;Il significato è una fisionomia, afferrare il senso di una proposizione assomiglia ad afferrare il tema di una frase musicale. Si tratta di topos wittgensteiniani ai quali Gargani dedica attenzione per mostrare la loro centralità in un pensiero che è tutto fuorché sistematico. E che approda a rimettere in asse la stessa idea di «filosofia» nell’ultimo Wittgenstein. Il filosofare è – per dirla con le parole del filosofo austriaco – non solo dissoluzione degli edifici di cartapesta eretti dalla metafisica, ma anche una filosofia etica e non moralistica nella quale, spiega Gargani, si tratta «di ritrovare un mondo che, come osserva Stanley Cavell, deve essere recognized (riconosciuto) e accepted (accettato)». Una volta eliminata la preoccupazione fondazionalista, allora si toglie di mezzo il timore dello scetticismo e del relativismo. Ecco la lezione sobria e dirompente di Ludwig Wittgenstein.&lt;/p&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/126935405</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/126935405</guid><pubDate>Sat, 20 Jun 2009 05:12:11 -0400</pubDate></item><item><title>Il mio Richard Rorty (da Reset 105)</title><description>&lt;p&gt;di Aldo Giorgio Gargani&lt;/p&gt;

&lt;p&gt;Il pragmatismo di Rorty per essere compreso autenticamente richiede lo sforzo di un mutamento non solo in termini dottrinali, ma della nostra stessa mentalità; richiede cioè un nuovo modo di guardare al mondo, alla società e ai problemi che essi suscitano. In questo senso costituisce una svolta gestaltica della nostra cultura&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Conobbi Richard Rorty nel novembre del 1983 una sera a New York a un party alla vigilia di un convegno nel quale erano presenti filosofi americani e italiani. Mi colpì subito la modestia di Rorty, io gli avevo rivolto alcune espressioni di stima e di apprezzamento per il suo libro La filosofia e lo specchio della natura (Bompiani) e lui, abbassando gli occhi quasi imbarazzato, mi aveva risposto: «Ma io ho solo cercato di estendere alla filosofia l’epistemologia di Thomas Kuhn». Il giorno dopo cominciò il convegno. A presiedere nella mia sessione era Thomas Nagel. Rorty era stato designato come il discussant del paper che avevo inviato dall’Italia agli organizzatori del meeting alla NYU (New York University). Dopo che io avevo letto il mio testo, giunto il suo turno, Rorty dichiarò di trovarsi talmente d’accordo con me che avrebbe dedicato il suo intervento a un approfondimento dei temi del neopragmatismo. A questo proposito sottolineò il suo stretto rapporto culturale con William James anziché con Charles Sanders Peirce il quale, a suo giudizio, più che una teoria pragmatista, avrebbe elaborato una filosofia e un’epistemologia di tipo verificazionista, più vicina al neopositivismo logico che di lì a pochi anni avrebbe esercitato la propria egemonia sullo scenario culturale negli Stati Uniti (anche per effetto dell’emigrazione di alcuni intellettuali europei, sfuggiti alla persecuzione nazista, come per esempio Rudolf Carnap, maestro tra gli altri di Rorty e di Hilary Putnam), scalzando il pragmatismo, terreno originario della filosofia americana. Da quella prima occasione a New York nacque un rapporto di collaborazione e anche di amicizia tra Rorty e me, partecipammo a convegni in Italia, Milano e Napoli, a Parigi e ancora a New York, poi un intero anno lo trascorremmo insieme al Wissenschaftskolleg di Berlino, una sorta di istituto di ricerche avanzate. Per parte mia scrissi nel corso di quegli anni prefazioni alle opere di Rorty, La filosofia dopo la filosofia (Laterza), i due volumi dei Scritti filosofici voll. 1 e 2 (Laterza), e da ultimo Verità e progresso (Feltrinelli). &lt;br/&gt;Uno dei tratti peculiari e distintivi della figura di Rorty è appunto quello di aver riproposto una versione radicale del pragmatismo americano, emancipandolo dai vincoli teorici del neopositivismo logico. Restituendolo al tempo stesso a un dialogo florido con la filosofia analitica, ossia con quella famiglia di dottrine che – muovendo da quello che lo stesso Rorty aveva definito come il linguistic turn (la svolta linguistica, titolo di una delle sue prime opere), originatosi nell’opera di Ludwig Wittgenstein –, ravvisa nella filosofia fondamentalmente un compito di analisi linguistico-concettuale, e non una finalità conoscitiva che risulta demandata alle scienze naturali. Il tratto caratteristico e distintivo dell’opera di Rorty è uno schietto pragmatismo sviluppato sulla base di una nozione di verità, che non consiste in una relazione di corrispondenza fra pensiero, linguaggio da un lato e realtà dall’altro, bensì in un rapporto fra i nostri pensieri e azioni da un lato e la loro utilità individuale e sociale dall’altro. Riecheggiando il motto di William James, Rorty asserisce che «True is what is good in the way of belief»: vero è ciò che buono dal punto di vista della credenza. Si tratta pertanto di un pragmatismo che rifiuta ogni strategia intellettuale e culturale di tipo fondazionalista. Non esistono fondamenti astorici e apodittici alla base dei nostri saperi che invece variano nel corso della storia. E in questo senso Rorty considerava legittima la domanda se le leggi di Newton fossero vere prima di Newton. Delegittimando ogni forma di fondazionalismo, Rorty metteva in discussione conseguentemente il primato della filosofia sugli altri saperi ascritto dalla nostra tradizione culturale, da Aristotele fino a Kant e anche oltre, che l’aveva assunta come «la regina delle scienze». In realtà per il filosofo americano la filosofia diviene un genere del discorso su di un piano di parità accanto ad altri discorsi e testualità quali sono la scienza, la poesia, la narrativa, la dottrina politica. Respingendo qualsiasi forma di filosofia essenzialista, Rorty esalta una cultura che prova la sua verità, se di verità si vuole ancora parlare, in termini di efficacia pratica. Perciò Rorty esalta i valori della cooperazione e della solidarietà, solidarietà che si estende dall’ambito psicologico e morale fino alla scienza, intesa appunto come l’impresa solidaristica di una comunità di ricercatori che condividono alcuni assunti, paradigmi concettuali e procedure di ricerca. È nei termini pragmatisti di utilità sociale che si articola il discorso filosofico di Rorty, ovvero all’interno dell’apertura linguistica, nei termini di una solidarietà che non indica soltanto un fattore emozionale e psicologico, bensì una condivisione sociale di procedure, idee e pratiche dell’umano agire in cui si risolve e si definisce anche la cultura scientifica così come ogni altra impresa intellettuale, culturale e sociale.&lt;br/&gt;Ma sul versante della cultura sociale, che è al centro della filosofia di Rorty, il rifiuto dell’essenzialismo conduce il filosofo americano a rigettare qualsiasi modello sociopolitico, qualsiasi teoria sociopolitica basati su un presunto fondamento metafisico della natura umana. Una concezione della politica emancipata dai teoremi filosofici, questo è il messaggio sociale di Rorty, che pertanto assume come compito della cultura sociale e politica non «una società vera», cioè conforme a un modello metafisico e astorico, ma piuttosto una società che sia bella e che sia buona da vivere, ossia caratterizzata pragmatisticamente da scelte di valori etici ed estetici. E in questo senso va inteso correttamente quello che Rorty ha definito il suo etnocentrismo, evidentemente un tema che nella situazione presente e attuale si presta a fraintendimenti, ambiguità e misconoscimenti. Rorty ha sostenuto una forma di etnocentrismo per contrastare il pericolo del relativismo, ossia l’assunto secondo il quale ogni cultura è buona quanto un’altra. Rorty ha finemente compreso che il relativismo, sotto l’apparenza di una concezione sobria e tollerante, in realtà è una teoria arrogante e pretenziosa in quanto presume di potersi porre al di sopra di tutte le culture per confrontarle e commisurarle, come se disponesse di un super-linguaggio, di un super-predicato per il loro confronto. Il relativismo culmina nella tesi secondo la quale qualsiasi cultura è buona quanto un’altra; ma questa tesi non costituisce una nuova definizione o una nuova distribuzione del valore «buono» perché in effetti semplicemente lo dissolve. In realtà, ha replicato Rorty, noi non possiamo che parlare dallo sfondo della tradizione nella quale siamo cresciuti, allevati e collocati. Discorrendo delle «we-intentions» (un concetto che Rorty traeva dall’opera di uno dei suoi maestri, Wilfrid Sellars), ossia delle «intenzioni del noi», Rorty distingue il «noi» nel quale noi liberali e democratici ci riconosciamo – ovvero la cultura greca, la teologia medievale, il Rinascimento, l’Illuminismo, la scienza moderna – dal «noi» dei nazisti che si riconoscevano nei miti grossolani del terreno originario, del sangue, dell’azzurro degli occhi della razza ariana che riflette l’azzurro del cielo, e del colore biondo dei capelli che riflette il colore del sole. L’etnocentrismo è una piattaforma obbligata secondo Rorty, il quale concepisce allora il confronto delle culture rivali sul piano di un confronto di valori, di proposte pragmatiche, in relazione a quello che ci si prefigge di fare, al futuro, piuttosto che in conformità a qualche schema dogmatico e metafisico privo di giustificazioni radicato nel passato. Più in generale, è un tratto penetrante dell’analisi filosofica di Rorty scoprire nei tentativi di dire quello che c’è, ciò che è vero, quello che in realtà ci si prefigge di fare nel futuro. &lt;br/&gt;Il tema del confronto delle culture è del resto parte decisiva dell’opera di Rorty, sia sul piano disciplinare, ossia dell’ibridazione e dell’osmosi tra i vocabolari decisivi della scienza, della filosofia, della poesia, delle arti e della narrativa, sia sul piano dei propri interlocutori, contemporanei e pensatori morti. Non c’è filosofo americano che al pari di Rorty si sia confrontato con una simile varietà di intellettuali americani e di intellettuali europei. Il discorso filosofico di Rorty risulta un campo di forze in cui confluiscono gli apporti o i termini di confronto costituiti da esponenti della filosofia analitica come Carnap, Quine, Sellars, Kuhn, Putnam, Davidson, Kripke, Wittgenstein, Brandom, ma anche da esponenti della cultura ermeneutica a partire da Nietzsche, a Heidegger, fino a Gadamer , Derrida, Foucault e Habermas. &lt;br/&gt;Ma la dissoluzione del primato scientifico della filosofia ha altresì portato Rorty a sollevare i testi letterari e poetici a una pari dignità con quelli filosofici e scientifici. In una conferenza tuttora inedita svolta a Pordenone nell’autunno del 2005 (il nostro ultimo incontro, penso ora con amarezza), il filosofo americano diceva «Al cuore del pragmatismo c’è il rifiuto della teoria della verità come corrispondenza – dell’idea che gli enunciati veri debbano essere rappresentazioni accurate della realtà. Al cuore del romanticismo è la dottrina del primato dell’immaginazione sulla ragione – della tesi che la ragione può soltanto percorrere i sentieri che l’immaginazione ha aperto. Entrambi questi movimenti sono stati reazioni contro l’idea che vi sia qualcosa di non-umano là fuori (out there) con cui gli esseri umani dovrebbero mettersi in contatto. L’effetto di entrambi è stato quello di portare la poesia al centro della cultura – il luogo un tempo occupato dalla teologia e più tardi dalla filosofia». Non c’è solo il pragmatismo di quelle che sono vere e proprie azioni, cioè modificazioni della realtà pratica, ma esiste anche per Rorty un pragmatismo testuale. Si potrebbe dire con Wittgenstein che le parole sono azioni. Di qui l’importanza che Rorty attribuisce alla poesia, fra i tanti esempi il suo commento, penso ancora inedito, al saggio di Percy Bysshe Shelley, In Defence of Poetry. La poesia è una matrice generatrice di metafore, live metaphors. Una concezione, quella rortyana delle metafore, che si distingue da quella tradizionale e originariamente aristotelica secondo la quale la metafora sarebbe un discorso figurato sempre suscettibile di essere parafrasato nel linguaggio ordinario di codice. La live metaphor di Rorty invece è un costrutto nuovo, originario, inaudito che non è vero, né falso, ovvero non è un buon candidato per il calcolo delle funzioni di verità; un costrutto inoltre che addirittura non ha nemmeno significato in quanto non è decodificabile rispetto al linguaggio ordinario. Ma è proprio attraverso la produzione di nuove metafore vive che gli esseri umani danno espressione e voce alla propria identità personale. Infatti, abbandonata come impraticabile una concezione sostanzialistica e aprioristica dell’io, Rorty ravvisa nella costruzione narrativa la matrice dell’identità personale. Attraverso la narrazione, Marcel Proust che da giovane aveva frequentato i salotti dell’alta aristocrazia parigina in un atteggiamento di soggezione, scrive la propria storia che è una nuova versione della propria esistenza, di se stesso e dei personaggi, con la quale egli si dà una nuova nascita, in base allo stile della narrazione secondo il quale ora pretende con la Ricerca del tempo perduto di essere inteso e compreso dagli altri. «Dire quello che si è» consiste allora per Rorty nel dire quello che ne è stato di noi mentre eravamo alle prese con il problema di definirci. L’identità personale risulta essere il compito di una operazione ricorsiva su se stessi. Sembra qui di risentire le parole di Samuel Beckett nella conclusione del romanzo l’Innominabile, «Bisogna continuare, bisogna dire parole finché ve ne sono, bisogna dirle fintantoché esse mi abbiano trovato, mi abbiano detto». &lt;br/&gt;La decostruzione condotta da Rorty nei confronti del modo stesso tradizionale di fare filosofia riconduce questa pratica discorsiva a un’impresa consistente fondamentalmente nella valutazione e nella scelta di idee, dottrine e credenze in termini delle loro conseguenze pratiche e delle inferenze quindi che si possono trarre ragionevolmente sul piano sociale. È sul piano della fecondità e della loro floridezza pragmatica che devono essere valutate le alternative proposte dal discorso filosofico. Ma non solo quelle filosofiche, sociali e politiche: anche i testi letterari vengono distinti da Rorty a seconda che hanno contribuito al perfezionamento dei gruppi sociali (per esempio Dickens e Orwell da un lato, o Marx e Habermas da un altro lato) e coloro che si sono preoccupati del loro perfezionamento personale e individuale (per esempio Proust e Nabokov). Muovendo da questi assunti Rorty ha introdotto una distinzione per lui decisiva fra una cultura impegnata nello sforzo di produrre un’utilità sociale, collettiva e cooperativa e un esercizio intellettuale privato in cui è destinata a esaurirsi la speculazione filosofica tradizionale. In questi termini l’opera di Rorty si propone di annunciare e di promuovere un’epoca postmetafisica. Di qui traggono origine l’influsso e l’importanza che le dottrine di Rorty esercitano, oltreché nell’ambito della testualità letteraria, sulle teorie delle imprese, management, organizzazioni produttive e sul neo-istituzionalismo, in quanto la narrazione viene assunta come fonte principale del sapere sociale – si vedano a questo riguardo i lavori di B. Czarniawska, W. Fischer, A. McIntyre, D. Polkinghorne, J. Bruner e altri – quale requisito della transizione dal know how al know that, ossia dal saper fare alla concettualizzazione e alla consapevolezza della propria prassi.&lt;br/&gt; L’opera di Rorty è stata percepita nei termini della sua epoca coeva, ossia quella della postmodernità e del decostruzionismo a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. Per la verità Rorty non si riconosceva in tale collocazione, per lui il termine «postmoderno» non significava una periodizzazione storica, bensì una sorta di contestualizzazione delle opere del passato, dei pensatori morti secondo, ancora una volta, un approccio pragmatista volto all’impiego degli elementi culturali trasmessi dalla tradizione in vista non già di una verità precostituita, out there, là fuori, che aspetta di essere rispecchiata, ma delle finalità che ci si propone di realizzare. La varietà dei linguaggi e dei vocabolari decisivi rispondono alla molteplicità degli interessi secondo i quali impiegare i nostri strumenti intellettuali; non possiamo trattare con gli elettroni usando il medesimo linguaggio che impieghiamo quando parliamo con le persone. Non c’è un super-vocabolario o un metalinguaggio universale sotto il quale ridurre gli usi del linguaggio. Secondo Rorty, così come secondo Donald Davidson, il linguaggio non deve essere concepito come una compagine di simboli governati da regole rigide. In luogo della visione del linguaggio come un calcolo o un meccanismo logico subentra nell’opera di Rorty la concezione delle passing theories of language, derivata da Davidson, cioè delle teorie occasionali del linguaggio, secondo le quali due o più interlocutori devono cercare di ottimizzare la comunicazione on the field, sul campo, sulla base unicamente delle loro risorse, dei loro sforzi, delle loro credenze (beliefs) e dei loro significati (meanings) e non già sul presunto fondamento di un’armonia prestabilita tra linguaggio e realtà. È all’interno di questa matrice linguistica, comunicativa, pubblica e interpersonale che si recuperano le categorie semantiche quali «verità», «senso», «referente», «significato». Il termine «vero» sanziona il successo di un’azione entro un riconoscimento che è intersoggettivo e pubblico. Perciò il termine «oggettivamente vero» viene a significare per Rorty «vero intersoggettivamente», ovvero ciò che è riconosciuto come valido da una comunità sociale. Da una teoria della verità come corrispondenza siamo passati a una teoria della verità come coerenza sociale.&lt;br/&gt; Il pragmatismo di Rorty per essere compreso autenticamente richiede lo sforzo di un mutamento non solo in termini dottrinali, ma della nostra stessa mentalità; richiede cioè un nuovo modo di guardare al mondo, alla società e ai problemi che essi suscitano. La filosofia di Rorty in questo senso costituisce una svolta gestaltica della nostra cultura perché riconduce i nostri concetti e i nostri modi di trarre inferenze dalle pratiche che mettiamo in atto nel corso del nostro agire. E coerentemente con questo approccio, secondo Rorty, una dottrina o un atteggiamento culturale vanno giudicati in rapporto allo scenario che promettono con la loro realizzazione, dunque per quello che fanno presagire e sperare. Qui si connettono le istanze valoriali del discorso rortyano e insieme il rigore dell’argomentazione e delle inferenze. Le prime delineano ciò che è buono e che è bello da credere e da fare, le seconde tracciano le linee della loro giustificazione e della loro asseribilità. È una scelta valoriale, dunque una decisione, quella che introduce un nuovo linguaggio, una nuova grammatica, un nuovo modo di guardare al mondo e ai problemi che esso suscita, mentre è all’interno di una grammatica, di un sistema linguistico in uso che conservano la loro efficacia le regole dell’argomentazione e della corretta inferenza. Da un lato dunque il discorso edificante (edifying discourse), ermeneutico, fonte e matrice di nuovi valori; dall’altro, il discorso normale, l’epistemologia del giorno (the epistemology of the day), con i suoi statuti trincerati e le sue regole condivise. Così Rorty ha conciliato le istanze del suo pragmatismo con il rigore delle procedure della filosofia analitica nel punto decisivo del loro confronto.&lt;/p&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/126934824</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/126934824</guid><pubDate>Sat, 20 Jun 2009 05:10:08 -0400</pubDate></item><item><title>"America does not presume to know what is best for everyone, just as we would not presume to pick the..."</title><description>“America does not presume to know what is best for everyone, just as we would not presume to pick the outcome of a peaceful election. But I do have an unyielding belief that all people yearn for certain things: the ability to speak your mind and have a say in how you are governed; confidence in the rule of law and the equal administration of justice; government that is transparent and doesn’t steal from the people; the freedom to live as you choose. Those are not just American ideas, they are human rights, and that is why we will support them everywhere.”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt; - &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/esteri/obama-presidenza-8/discorso-inglese/discorso-inglese.html"&gt;“I have come here to seek a new beginning” - esteri - Repubblica.it&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/117851645</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/117851645</guid><pubDate>Thu, 04 Jun 2009 07:45:56 -0400</pubDate></item><item><title>Il web? Vale il pessimismo di Neil Postman</title><description>&lt;p&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Intervista a Andrew Keen di Mauro Buonocore&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L’atteggiamento di Andrew Keen verso internet si può raccontare come la metamorfosi di un credente in uno scettico. Negli anni Novanta pensava che il web avrebbe potuto «rendere il mondo un posto più musicale», oggi afferma che «internet finirà per uccidere definitivamente la nostra cultura». Cosa ha portato un pioniere del web come Keen a scrivere un libro dal titolo The Cult of the Amateur. How today’s internet is killing our culture? «La democratizzazione dell’informazione – scrive Keen – sta seriamente indebolendo la verità, avvelenando il discorso pubblico, deprezzando l’esperienza, il talento e l’abilità professionale in molti campi della nostra cultura». Gli occhi di Keen vedono una realtà in cui la tecnologia ha preso il sopravvento sui contenuti e amplifica il «baccano del narcisismo», le voci di persone che parlano a gran voce per il solo gusto e la possibilità, di parlare. Internet diventa così il regno in cui crescono i consumatori di superficialità e dilettantismo, mentre appassisce il desiderio per l’approfondimento, i ragionamenti, la professionalità.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Il Suo giudizio verso internet è molto duro, soprattutto se consideriamo che chi parla del web ne loda l’abbondanza e l’abbassamento delle barriere di accesso e di produzione dell’informazione. Da dove nasce questa sua severità?&lt;br/&gt;&lt;/b&gt;&lt;br/&gt;Nasce dalla grande abbondanza di informazione gratuita che il web ci mette a disposizione. Se ognuno può scrivere le proprie notizie e improvvisarsi reporter, il giornalismo professionale, che deve essere pagato perché richiede abilità, esperienza e conoscenze specifiche, rischia seriamente di essere messo da parte e sostituito da qualcosa che di professionale non ha nulla: gente che collabora a siti web e fornisce informazione in maniera completamente gratuita. Io non mi fido di questo tipo di giornalismo. E non mi fido nemmeno della cosiddetta «rivoluzione del web 2.0», che è basata sulla produzione di informazioni utilizzate, a volte anche dai media tradizionali, senza che sia richiesta alcuna garanzia a chi le ha prodotte, fabbricate e realizzate. Nella maggior parte dei casi si tratta di comuni cittadini e questo comporta un deterioramento dei contenuti che diventano dilettantistici e si moltiplicano in un circuito di eco insensibili a ogni criterio di affidabilità e integrità delle notizie. Per questo motivo non credo che possa venire dal web 2.0, così come lo stiamo conoscendo, alcuno sviluppo positivo per la cultura in generale e per le istituzioni culturali quali il giornalismo e i giornali.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Però è impensabile che il giornalismo non tenga in considerazione il web. Tanto che i giornali, che pure vivono sulla carta stampata un momento di crisi del mercato, lavorano molto sui loro siti web, li ampliano e ne implementano i servizi.&lt;/b&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Io non ho nulla contro internet in sé.&lt;br/&gt;Bisogna però riuscire a capire come i giornali possano trovare un modello di business che consenta loro di ripensare se stessi e il loro ruolo senza snaturare la loro essenza e rimanere quello che sono. Certo, devono in qualche modo riqualificarsi e ripensarsi, anche perché il mercato ha smesso, o sta smettendo, di considerare la stampa, in particolare i giornali, investimenti utili al profitto. &lt;br/&gt;Quando però vanno on line, le testate tradizionali hanno il problema di integrare il loro lavoro tradizionale, che è fatto di notizie e di informazione, con l’interattività, la multimedialità e le numerose domande che pongono le tecnologie in continuo mutamento come quelle che segnano la rivoluzione del web 2.0; allo stesso tempo i giornali devono fare molta attenzione a mantenere autorevolezza, rispettabilità e credibilità.&lt;br/&gt;Qualunque sia l’utilizzo che le testate giornalistiche riusciranno a fare del web e dei media interattivi, non dovranno abbassare gli standard qualitativi del loro prodotto per diventare troppo scandalistici e servili. &lt;br/&gt;Dovranno distinguersi bene e fare in modo che la loro distinzione sia saldamente fondata sulla professionalità del lavoro. Così potranno distinguersi in un oceano di dilettantismo.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Lei non sembra avere una grande considerazione delle persone che vanno in cerca di notizie sul web. Non crede che chi vuole cercare informazioni accreditate da autorevolezza e professionalità sappia distinguerle dal lavoro di un dilettante? &lt;/b&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Quando ho scritto il libro, non avevo in mente i professionisti dell’informazione o persone dotate di una certa abilità nel selezionare le fonti e le notizie. Quando dico che il dilettantismo che dilaga sul web può davvero rovinare la nostra cultura, penso ai bambini, penso ai due miliardi di persone che, secondo le stime della conferenza dell’Onu sul web, inizieranno a conoscere internet nei prossimi dieci anni. Io credo che il problema maggiore riguardi chi ha poca esperienza nel maneggiare opinioni, giudizi e informazioni, soprattutto in un ambiente in cui queste cose abbondano. Quando si va sul web, di fronte alla grande offerta di contenuti, capita spesso di cercare notizie che confermino le opinioni che si hanno già. La lettura di un giornale è invece una cosa diversa, esige una maggiore apertura mentale, richiede uno sforzo per confrontarsi con il testo che si ha davanti. Il meccanismo che si attiva nel web, per cui è molto facile arrivare ai contenuti che confermano le idee e le opinioni di partenza, è molto pericoloso: rende gli individui vulnerabili a farsi corrompere dalla falsa informazione, perché non hanno gli strumenti per riconoscerla come falsa. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;b&gt;Il Suo modo di descrivere il rapporto tra stampa e lettore in opposizione alla relazione tra web e navigatore ricorda molto le tesi di Neil Postman sulla tv. La lettura richiede un atteggiamento attivo, apertura mentale, capacità di mettersi in discussione e dà vita a un discorso pubblico dinamico, produttivo e razionale. A questa, che Postman chiama «mentalità tipografica», si oppone il discorso pubblico televisivo: superficiale, basato sull’immagine piuttosto che sulle argomentazioni, cadenzato da ritmi velocissimi che trasformano ogni aspetto della vita pubblica in divertimento. Crede che il web sia più vicino alla tv di Postman, piuttosto che alla carta stampata? &lt;/b&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;In realtà ho scritto il mio libro pensando che dovesse essere il seguito del libro di Postman Divertirsi da morire, perché credo che ci sia un ponte evidente che collega la televisione descritta da Postman negli anni Ottanta (e che possiamo vedere bene oggi di fronte ai nostri occhi) e il web.&lt;br/&gt;La cultura del dilettantismo e della superficialità nasce in tv e da questa viene promossa a gran voce. Ha generato programmi come American Idol [show televisivo che consiste in una gara tra persone comuni che hanno l’ambizione di diventare star – attori, cantanti, ballerini – e sono seguiti dalle telecamere durante le prove dello spettacolo, nella vita privata e durante le esibizioni, ndr], che sono a metà tra i reality-show e la competizione semi-artistica. Il lato peggiore della tv è nel modo in cui indebolisce la vita pubblica, in cui riduce ogni cosa – dalla carriera artistica alla politica, fino ai dettagli più banali della vita quotidiana – a mero divertimento. Questo è quello che ha detto Postman.&lt;br/&gt;Internet non è molto nuovo, se lo guardiamo da questo punto di vista. Il narcisismo che possiamo veder dilagare sul web sembra piuttosto la naturale continuazione della cultura del divertimento e della superficialità che ha caratterizzato la fine del secolo scorso ed è cresciuta esponenzialmente negli ultimi decenni del Novecento. In questo Postman ha avuto assolutamente ragione.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Però mi sembra esagerato condannare così, in maniera generalizzata, tutto il web. Possiamo rintracciare in molti siti il narcisismo di cui parla, la superficialità e il dilettantismo. Ma internet vuol dire anche poter raggiungere facilmente informazioni preziose e contenuti di qualità. Ci sono blog tenuti da professionisti delle materie più svariate e appassionati del web che sono delle vere e proprie miniere di conoscenza.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Ė vero, ci sono molti blog che contenuti di grande qualità, e sono per lo più tenuti professori universitari o da professionisti di varie discipline.&lt;br/&gt;Va notato però che questi blog fondano la loro autorevolezza sulle elevate conoscenze dei loro titolari. In questo caso internet sviluppa un’azione positiva perché consente a queste conoscenze di essere condivise, di andare oltre i confini del mondo accademico e raggiungere un’audience più estesa.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;&lt;/p&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/87662144</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/87662144</guid><pubDate>Wed, 18 Mar 2009 16:44:28 -0400</pubDate></item><item><title>stevenberlinjohnson.com: Old Growth Media And The Future Of News</title><description>&lt;a href="http://www.stevenberlinjohnson.com/2009/03/the-following-is-a-speech-i-gave-yesterday-at-the-south-by-southwest-interactive-festival-in-austiniif-you-happened-to-being.html"&gt;stevenberlinjohnson.com: Old Growth Media And The Future Of News&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/86466331</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/86466331</guid><pubDate>Sat, 14 Mar 2009 15:22:27 -0400</pubDate></item><item><title>Printer Friendly</title><description>&lt;a href="http://technology.timesonline.co.uk/tol/news/tech_and_web/the_web/article5725644.ece?token=null&amp;print=yes&amp;randnum=1234871275141"&gt;Printer Friendly&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/79042223</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/79042223</guid><pubDate>Tue, 17 Feb 2009 06:49:29 -0500</pubDate></item><item><title>«Sono un ateo diverso da Dawkins»</title><description>&lt;p&gt;&lt;i&gt;Intervista con Thomas Nagel di Alessandro Lanni&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;«Sono ancora anti-relativista come lo ero ai tempi del mio libro &lt;i&gt;L’ultima parola&lt;/i&gt;». Thomas Nagel è uno dei più eminenti filosofi contemporanei, ha ricevuto da poco il Premio Balzan a Roma «per i suoi fondamentali contributi alla teoria etica contemporanea». Se dovesse guardare indietro a cercare due numi tutelari del suo pensiero questi sarebbero Descartes e Hobbes, «che hanno reso possibile l’uscita dell’uomo da un certo “egocentrismo” nelle questioni della conoscenza e della politica». Dei contemporanei, si sente discepolo di John Rawls, il più importante filosofo della politica del XX secolo, e ammira molto Bernard Williams.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Le riflessioni di Nagel sono già nello scaffale dei classici per quel che riguarda l’oggettivismo e i paradossi del soggettivismo, per esempio quelle contenute in &lt;i&gt;Uno sguardo da nessun luogo&lt;/i&gt; (1986) oppure quelle sulla mente e la coscienza dell’illuminante saggetto dedicato al mondo visto con gli occhi di un pipistrello (&lt;i&gt;What Is it Like to Be a Bat?&lt;/i&gt; 1974). Continua imperterrito a definirsi anti-relativista sebbene sia consapevole di come in questi dieci anni – dall’uscita di &lt;i&gt;Last Word&lt;/i&gt; a oggi – il significato e l’uso di quel concetto sia cambiato molto, almeno nella discussione pubblica. Anzi, da espressione sulla quale si scontravano filosofi e antropologi, l’anti-relativismo si è fatto largo sui giornali e addirittura in tv. Sono accaduti eventi come l’11 settembre, l’inizio del pontificato di Joseph Ratzinger, la crisi – almeno parziale – dei progetti di multiculturalismo in Europa, il successo di uno slogan e di una teoria come quella «scontro di civiltà» di Samuel Huntington e altri ancora. Insomma, dirsi oggi relativisti o anti- ha più il senso di una scelta politica che culturale o filosofica. Soprattutto, la religione è entrata a pieno titolo nel dibattito.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;Benedetto XVI è uno dei protagonisti di questa campagna contro il relativismo culturale. Come ci si sente in compagnia del papa? «Non credo che l’anti-relativismo per essenza appartenga alla religione e solo a essa. Credere che esista una ragione e una verità oggettiva non significa affidarle a una religione, a una garanzia fondata sulla fede». Per un verso, la filosofia deve tirarsi fuori dallo scontro nel quale si è cercato di trascinarla, riesumando i paradossi del razionalismo scientista e del relativismo. Il tentativo di fondare la razionalità sulla religione cristiana (copyright Ratzinger) non è giustificabile, almeno secondo il filosofo Usa.&lt;br/&gt;&lt;br/&gt;«La ragione – prosegue Nagel – ha una sua propria autorità e ci ha permesso di conoscere molto, e in maniera indipendente dalla fede. Non  mi disturba affatto questa divisione tra le posizioni della ragione e quelle della religione». E proprio questa indipendenza tra i due orizzonti, permette a Nagel di fare un passo ulteriore. Non condivide l’ostilità nei confronti della religione delle star dell’ateismo americano (Dawkins, Dennett, Harris). «Sono un ateo – spiega – ma non dirò nulla nei confronti del cattolicesimo romano e della Chiesa in particolare. Non c’è niente di irrazionale nell’avere una fede religiosa. Certo, trovo difficile condividere una dottrina come quella cattolica ma penso, al tempo stesso, che non abbiamo una prova decisiva per qualsiasi “visione generale”. Per esempio, ho molti dubbi intorno al naturalismo dominante, che è una sorta di ortodossia secolare. Richard Dawkins e Daniel Dennett sono troppo sicuri – oltre ogni ragione – del fatto che la spiegazione generale avvenga attraverso le linee guida del naturalismo della scienza moderna». Questa tendenza molto diffusa in America, ma anche da noi, a ridurre il pensiero razionale e filosofico a quello scientifico è molto criticata da Nagel. «Questo trend sta prosciugando il campo della filosofia. Molti professori di orientamento analitico – spiega il filosofo – si sono occupati di questioni con un atteggiamento scientifico esasperato. E questo è stato ed è un forte limite. Credo che nel futuro prossimo l’insegnamento debba essere meno tecnico e debba tornare a occuparsi di temi più generali e alla portata di tutti. &lt;br/&gt;&lt;br/&gt;L’ambizione della Chiesa di Ratzinger di fondare la ragione proprio sulla religione (come nel celebre discorso di Ratisbona del 12 settembre 2006) non convince Nagel che però non abbandona un certo equilibrio e una certa moderazione nel valutare le posizioni del papa. «Il ruolo che svolge la religione nella vita delle persone è molto differente da quello giocato dalla conoscenza basata sulla razionalità. Il conflitto nasce quando la religione compie affermazioni sul mondo che sono in conflitto con i risultati delle scienze empiriche. Esistono ancora numerose forme di credo religioso che hanno una interpretazione letterale della Bibbia, ma si tratta di espressioni che tendono sempre più a essere rimosse religioni moderne. Allora la domanda è: cosa rimane se si toglie ciò? Rimane qualcosa che può essere testato con i metodi scientifici? Ecco, io credo che ancora non sia chiaro per esempio, che esiste un conflitto tra la razionalità scientifica e il credere, qualsiasi cosa voglia dire, che esista una spiegazione del perché esista un universo e che ciò dipenda da Dio».&lt;/p&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/73773255</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/73773255</guid><pubDate>Wed, 28 Jan 2009 10:16:25 -0500</pubDate></item><item><title>Seed: Seed Salon: Albert-Laszlo Barabasi + James Fowler</title><description>&lt;a href="http://www.seedmagazine.com/news/2009/01/seed_salon_albertlaszlo_baraba.php"&gt;Seed: Seed Salon: Albert-Laszlo Barabasi + James Fowler&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/72647357</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/72647357</guid><pubDate>Fri, 23 Jan 2009 15:47:57 -0500</pubDate></item><item><title>The 25 Most Influential Liberals In The U.S. Media - Forbes.com</title><description>&lt;a href="http://www.forbes.com/2009/01/22/influential-media-obama-oped-cx_tv_ee_hra_0122liberal_slide_26.html?thisSpeed=15000"&gt;The 25 Most Influential Liberals In The U.S. Media - Forbes.com&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/72647237</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/72647237</guid><pubDate>Fri, 23 Jan 2009 15:47:10 -0500</pubDate></item><item><title>Can Barack Obama fix it? Yes he can - Times Online</title><description>&lt;a href="http://www.timesonline.co.uk/tol/news/world/us_and_americas/us_elections/article5536734.ece"&gt;Can Barack Obama fix it? Yes he can - Times Online&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/71511501</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/71511501</guid><pubDate>Mon, 19 Jan 2009 05:19:00 -0500</pubDate></item><item><title>Paolini, su La7 tra politica e... - Video - Repubblica Tv - la Repubblica.it</title><description>&lt;a href="http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&amp;cont_id=16636"&gt;Paolini, su La7 tra politica e... - Video - Repubblica Tv - la Repubblica.it&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/67014546</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/67014546</guid><pubDate>Sat, 27 Dec 2008 09:44:11 -0500</pubDate></item><item><title>Advice on how to blog from Arianna Huffington, Om Malik, and more of the Web's best pundits. - By Farhad Manjoo - Slate Magazine</title><description>&lt;a href="http://www.slate.com/id/2207061"&gt;Advice on how to blog from Arianna Huffington, Om Malik, and more of the Web's best pundits. - By Farhad Manjoo - Slate Magazine&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/66771741</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/66771741</guid><pubDate>Thu, 25 Dec 2008 15:05:46 -0500</pubDate></item><item><title>Are Newspapers Doomed? (Do We Care?): Newspapers &amp; the Net Forum | Britannica Blog</title><description>&lt;a href="http://www.britannica.com/blogs/2008/04/are-newspapers-doomed-do-we-care-newspapers-the-net-forum/"&gt;Are Newspapers Doomed? (Do We Care?): Newspapers &amp; the Net Forum | Britannica Blog&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/66451839</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/66451839</guid><pubDate>Tue, 23 Dec 2008 14:03:21 -0500</pubDate></item><item><title>Reading in an Age of Depression</title><description>&lt;a href="http://www.thenation.com/doc/20090105/engelhardt?rel=hp_currently"&gt;Reading in an Age of Depression&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/66419954</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/66419954</guid><pubDate>Tue, 23 Dec 2008 10:33:12 -0500</pubDate></item><item><title>Interview with Clay Shirky, Part I : CJR:</title><description>&lt;a href="http://www.cjr.org/overload/interview_with_clay_shirky_par.php?page=all"&gt;Interview with Clay Shirky, Part I : CJR:&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/66047939</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/66047939</guid><pubDate>Sun, 21 Dec 2008 07:12:02 -0500</pubDate></item><item><title>You Have Too Much Mail - WSJ.com</title><description>&lt;a href="http://online.wsj.com/article/SB122930180757905529.html"&gt;You Have Too Much Mail - WSJ.com&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/65625187</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/65625187</guid><pubDate>Thu, 18 Dec 2008 17:19:13 -0500</pubDate></item><item><title>Un mondo senza giornali – Andrew Sullivan</title><description>&lt;a href="http://www.internazionale.it/home/primopiano.php?id=21086"&gt;Un mondo senza giornali – Andrew Sullivan&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/65612799</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/65612799</guid><pubDate>Thu, 18 Dec 2008 15:55:36 -0500</pubDate></item><item><title>"Well, as I say, I will report back on “Outliers” in due course. For this premature..."</title><description>“Well, as I say, I will report back on “Outliers” in due course. For this premature outburst, blame David Brooks. “Outliers” is an “important” book, he says, in an excess of professional courtesy. (Important to whom?) Further compliments follow. In the end he criticizes a little, but quite respectfully. I see no blood on the floor. It’s disappointing.”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt; - &lt;em&gt;&lt;a target="_blank" href="http://clivecrook.theatlantic.com/archives/2008/12/brooks_on_gladwell.php"&gt;Clive Crook&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/65611493</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/65611493</guid><pubDate>Thu, 18 Dec 2008 15:46:17 -0500</pubDate></item><item><title>"Condividere” è la parola in lingua di Facebook che sta per “pubblicizzare”. Chi si..."</title><description>““Condividere” è la parola in lingua di Facebook che sta per “pubblicizzare”. Chi si registra a Facebook diventa un girovago che parla delle reclame di Blockbuster o della Coca Cola, e tesse le lodi di questi marchi agli amici. Stiamo assistendo alla mercificazione delle relazioni umane, l’estrazione di valore capitalistico dall’amicizia.”&lt;br/&gt;&lt;br/&gt; - &lt;em&gt;&lt;a href="http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&amp;op=viewarticle&amp;artid=8388"&gt;Megachip - Democrazia nella comunicazione&lt;/a&gt;&lt;/em&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/63738023</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/63738023</guid><pubDate>Mon, 08 Dec 2008 13:48:39 -0500</pubDate></item><item><title>A reportagem é de Alessandro Lanni</title><description>&lt;a href="http://www.unisinos.br/ihu/index.php?option=com_noticias&amp;Itemid=18&amp;task=detalhe&amp;id=18507"&gt;A reportagem é de Alessandro Lanni&lt;/a&gt;</description><link>http://stereotypi.tumblr.com/post/61982920</link><guid>http://stereotypi.tumblr.com/post/61982920</guid><pubDate>Fri, 28 Nov 2008 09:30:23 -0500</pubDate></item></channel></rss>
